CONDONIAMO, CONDONIAMO!…

Quando abbiamo appreso che il Miur aveva accolto la proposta dei sindacati in merito alla stabilizzazione di circa 55000 docenti precari “storici” – termine con il quale si indica chiunque abbia svolto ben tre anni di supplenze negli ultimi otto anni – , la prima parola che ci è venuta in mente è stata: ancora. Si, perché la storia, insieme ai suoi slogan, si ripete puntualmente ad ogni campagna elettorale. Sia chiaro, siamo perfettamente consapevoli che, in termini giornalistici, la decisione di stabilizzare una parte consistente di quei precari che per anni ha “servito lo Stato”, “contribuito al buon andamento della scuola pubblica” (citiamo da fonti sindacali), sarebbe indubbiamente un’ottima notizia. Una di quelle misure auspicate da tempo e che vengono fatalmente realizzate solo in prossimità di qualche scadenza elettorale. Peccato che, a uno sguardo un po’ più attento, le cose non stiano proprio in questo modo.

Proviamo a fare dunque un po’ di chiarezza. Il provvedimento consentirà l’accesso al ruolo a migliaia di precari: tutto vero, a patto di una significativa omissione. Il governo ha deciso di stabilizzare migliaia di precari le cui competenze non sono mai state né valutate né certificate. Purtroppo l’unica verità è questa: la storia si ripete. Ci troviamo davanti a una delle tante, troppe sanatorie che negli ultimi quarant’anni hanno contribuito ad abbassare drammaticamente il livello dell’insegnamento e soprattutto dell’apprendimento degli studenti. La logica alla base di questo tipo di misure non è quella di stabilizzare i precari attraverso delle procedure chiare, trasparenti, accessibili a chiunque voglia davvero intraprendere la strada dell’insegnamento. Non è creare delle condizioni di pari opportunità per quanti abbiano la voglia e soprattutto le capacità per svolgere questo mestiere. È quella di considerare il reclutamento del personale scolastico come un bacino di voti e di tessere sindacali cui attingere a ogni scadenza elettorale, magari con la giustificazione di riparare agli errori degli altri governi o di garantire la tutela dei diritti dei lavoratori.

…TANTO A CHI GLIENE FREGA?

Ma l’aspetto più inquietante è che tutto questo continua a svolgersi da anni in una sorta di indifferenza generalizzata. Nessuno o quasi sa infatti come vengono reclutati gli insegnanti in Italia. I media nazionali sono spesso male informati e, quando pure affrontano il problema, si limitano a delle ricostruzioni sommarie e spesso imprecise. Gli stessi insegnanti non conoscono le modalità con cui sono stati reclutati i colleghi più giovani, a cui peraltro sono stati richiesti dei requisiti molto più esosi rispetto al passato.

È molto probabile che questo generale menefreghismo nei confronti di un problema – come scegliere gli insegnanti migliori? – che dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico, sia dovuto in buona parte alla difficoltà di orientarsi nella selva di leggine e leggiucole introdotte dalla varie riforme interrotte; un autentico “guazzabuglio” normativo-legislativo in cui gli unici a trarre profitto sono gli avvocati – si veda la crescita esponenziale dei ricorsi negli ultimi anni – . Sarebbe inoltre molto difficile distinguere tra i vari acronimi che designano le diverse sottocategorie di docenti precari, tutte o quasi risultato dei diversi canali di reclutamento, introdotti e puntualmente aboliti nel giro di pochi anni.

Sarebbe, appunto. Perché in realtà spiegare in termini giornalistici quale sia ad esempio la differenza tra un docente specializzato SISS, un docente abilitato TFA, un docente abilitato PAS – tutte figure di docenti in possesso del titolo abilitativo per insegnare nella scuola secondaria -, tra un diplomato magistrale e un laureato in Scienze della Formazione – entrambi abilitati all’insegnamento nella scuola primaria -, è possibile a partire da un criterio molto semplice: la selezione, o meglio, per usare una parola ormai abusata e spesso fraintesa, il merito. Nella galassia del precariato scolastico ci sono, da una parte, delle figure di docenti che sono stati prima selezionati e poi formati, attraverso delle procedure pubbliche che spesso prevedevano dei requisiti più impegnativi non solo rispetto ai docenti delle generazioni precedenti, ma anche al resto d’Europa – si veda l’ultimo rapporto Euridice sui sistemi educativi dei Paesi dell’UE. Dall’altra parte, però, troviamo dei docenti che hanno ottenuto la stabilizzazione semplicemente in virtù dell’anzianità di servizio, o addirittura di un diploma conseguito vent’anni fa – è il caso dei diplomati magistrale.

 

 

“METTITI IN CODA” (PRIMA POI ARRIVA IL TUO TURNO)

Se il quadro che abbiamo delineato è frutto delle politiche scolastiche a partire dagli anni 2000, esso riflette tuttavia una tendenza generale che si è imposta già negli anni ‘80. Diversi studi di settore – si vedano i contributi, spesso anche discutibili, pubblicati sul portale Lavoce.info – hanno evidenziato come alcuni dei problemi ormai cronici che affliggono la classe docente – innalzamento dell’età media, scarso turnover generazionale, bassi salari -, siano dovuti in primo luogo alle modalità del reclutamento o, più precisamente, all’incapacità cronica da parte dei governi sia di centro-destra che di centro-sinistra di stabilire non solo un canale unico di reclutamento, ma anche di ribadire dei principi meritocratici per la selezione degli insegnanti. Né la riforma Gelmini né la Buona Scuola sono riuscite a scalfire l’ormai antico convincimento secondo cui, per essere assunti nella scuola pubblica, basterebbe “mettersi in coda”, svolgendo un certo numero di anni di supplenze, in attesa di un qualche percorso speciale/agevolato. Poco importa, a livello di percezione collettiva, che delle figure chiamate a valutare e a formare degli studenti in fasi molto delicate dello sviluppo, siano esentate dall’obbligo di essere a loro volta valutate e formate da altri colleghi che dovrebbero accertarne il livello di conoscenze e il profilo psico-attitudinale. Insomma, se da un lato l’aspirante docente rivendica giustamente il diritto di infliggere un brutto voto a uno studente poco preparato, dall’altro chiede di essere benevolmente esentato dal dovere di sottoporsi a una qualche forma di valutazione sulle proprie capacità professionali. Per questo, basterebbe la mera esperienza sul campo, accumulata dopo un certo numero di anni di servizio. Peccato però che nessuno abbia mai introdotto dei parametri per valutare la qualità del servizio: l’unico vero requisito per entrare in ruolo è dunque quello di aver trascorso alcuni anni in graduatoria.

E i concorsi? Sarebbero, a seconda dei punti di vista, troppo difficili – frequente il paragone con la “tagliola” e “roulette russa” – o troppo impopolari per il politico a caccia di voti. Non è un caso se, dopo il concorsone del ’99, sono passati ben tredici anni (!) senza concorsi ordinari. Attenzione, però: non è affatto vero – come vorrebbe una finzione giuridica che sta godendo di una certa fortuna nelle aule di tribunale – che in tutto questo periodo non sarebbero stati disponibili altri canali di reclutamento. Dal 2000 al 2014 sono stati banditi sette cicli di SISS e due cicli di TFA, che hanno consentito a molti docenti con o senza esperienza di conseguire l’abilitazione (nel caso dalla SISS la specializzazione) all’insegnamento. Se quasi tutti i ‘sissini’ sono stati stabilizzati, più di diecimila ‘tieffini’ sono ancora in lista d’attesa. Ancora più numerosi sono tuttavia quelli che in tutto questo lungo periodo non sarebbero – per riprendere una terminologia comune ad avvocati e e sindacati – “riusciti” ad abilitarsi, pur continuando a svolgere delle supplenze. In realtà anche per loro le occasioni – o meglio le sanatorie – non sono certo mancate, prima attraverso un ciclo di SISS “speciale” per chi avesse certi requisiti di servizio; poi tramite i PAS (Percorsi Abilitanti Speciali), banditi nel 2014, che hanno concesso a chiunque avesse svolto tre anni di servizio (anche non continuativo e non specifico), il singolarissimo privilegio di accedere al corso abilitante senza sostenere né le prove di accesso (ben tre nel caso del TFA, con un candidato ammesso su dieci) né il tirocinio presso un istituto scolastico. Alcuni docenti, pur in possesso dei requisiti necessari, decisero a suo tempo di non sfruttare neppure questa chance, vuoi perché troppo dispendiosa (la media del costo dei percorsi abilitanti andava dai 2500 ai 3000 euro), vuoi perché inutile (molti avrebbero continuato a svolgere supplenze tramite le graduatorie di terza fascia, riservata ai non abilitati). Poco o molto lungimiranti, a seconda di come la si voglia vedere, dal momento che sarebbero proprio loro i precari “storici” che sarebbe doveroso –sottolineiamo l’aggettivo – stabilizzare con la futura sanatoria.

INSEGNANTI PER “MERITO DI ANZIANITA’ “

Come si può notare, poco o nulla è cambiato dai tempi delle sanatorie dei governi democristiani. In Italia si diventa insegnanti della scuola pubblica per merito di anzianità. I concorsi non sono solo difficili, ma inutili, in quanto è addirittura antieconomico investire in studio e formazione professionale quando basterebbe qualche anno di supplenza. Tutto questo a partire dal supporto e dall’incentivo di logiche elettorali che privilegiano il bacino più ampio e numeroso, storicamente appannaggio dei partiti di di sinistra, ma negli ultimi anni anche di quelli di destra. Le stesse battaglie dei sindacati per la “tutela dei diritti dei lavoratori”, si rivolgono quasi esclusivamente al target dei cosiddetti “precari storici”, per i quali vengono richieste delle sanatorie che dovrebbero garantirne il diritto alla stabilizzazione, a partire dallo slogan “il servizio è merito” [sic]. Questo però è solo un primo passo: una volta ottenuta la sanatoria, viene infatti la richiesta di specifiche concessioni o “deroghe” che dovrebbero assicurare il diritto alla mobilità dei neoassunti. In parole povere, si ottiene di tornare nella propria regione di residenza dopo aver svolto l’anno di prova. Come si può immaginare – il caso dei “nastrini rossi” ha fatto scuola – , questo “controesodo” riguarda in buona parte il trasferimento dalla regioni con una maggiore quantità di posti disponibili, come quelle del Nord e del Centro-Nord, a quelle meridionali. Gli effetti più negativi di questo abuso, diventato ormai consuetudine, sono, da un lato, l’allungamento dei tempi (in alcuni casi pluridecennali) di permanenza nelle graduatorie delle regioni del Sud Italia – i posti concessi annualmente alla mobilità rallentano infatti lo scorrimento delle altre graduatorie –, dall’altro la cosiddetta “supplentite” che ogni anno affligge puntualmente le regioni settentrionali. Molte delle cattedre vacanti a seguito del trasferimento del docente titolare, vengono ricoperte in buonissima parte da supplenti non abilitati e in alcuni casi neppure iscritti nelle apposite graduatorie. Le conseguenze sul livello della qualità didattica e della qualità di apprendimento degli studenti sono facilmente pronosticabili.

 

 

TORNIAMO A PARLARE DI RECLUTAMENTO SCOLASTICO

Siamo dell’opinione che molti degli stereotipi negativi sulla figura dell’insegnante derivino proprio da questo malcostume diffuso e a torto spacciato per un diritto da tutelare. Ad essere danneggiati da questo sistema che dura da anni sono senza dubbio gli insegnanti più capaci e le generazioni più giovani, a cui vengono negate, in barba al patto generazionale stabilito dalla nostra Costituzione, molte delle opportunità concesse alle generazioni precedenti. Ma, in misura ancora più significativa, gli effetti di questa politica condonistica si possono riscontrare nel generale scadimento della qualità didattica a partire dagli anni 2000, come attestato dalle rilevazioni OCSE e PISA che collocano il livello di apprendimento degli studenti della scuola italiana agli ultimi posti dell’Unione Europea. A farne le spese sono dunque gli studenti e in modo particolare gli studenti più svantaggiati, a cui la scuola pubblica non riesce più a garantire una formazione adeguata per scongiurare in futuro il rischio dell’emarginazione socio-economica.

Uno dei doveri della stampa e dei media nazionali sarebbe quello di sottolineare le responsabilità di questa cattiva cultura, che, come abbiamo mostrato, riguarda in uguale misura il mondo politico e quello sindacale. Entrambi hanno infatti la colpa, ed è una colpa storica, di non aver mai voluto affrontare una questione ormai annosa come ad esempio quella della scarsa occupazione dei laureati, utilizzando a tale scopo la scuola pubblica, trasformata in una sorta di centro per l’impiego e svuotata della sua vitale funzione formativa. Al contrario – lo abbiamo già detto, lo ripetiamo adesso – questa cattiva cultura può contare da anni sul tacito assenso di un’opinione pubblica distratta e dunque complice più o meno involontaria. E’ proprio per questo che vogliamo rivolgere a tutti, non solo ai quotidiani e ai portali nazionali, ma anche a presidi, insegnanti, genitori, studenti e tutti coloro che abbiano a cuore la salute della nostra democrazia, un appello per tornare ad occuparsi del reclutamento degli insegnanti. Perché discutere e interrogarsi su quale sia il modo più efficace per scegliere dei bravi insegnanti, vuol dire in primo luogo chiedersi se e come, attraverso quali principi e quali modalità vogliamo consentire ai nostri ragazzi di diventare i cittadini di domani. No, non è solo retorica “buonista”: aver trascurato per troppo tempo questo problema ha prodotto delle conseguenze gravi e soprattutto evidenti, che qualcuno continua a ignorare o peggio a fingere di non vedere. Pensiamo sia arrivato il momento di aprire gli occhi.

TORNIAMO A PARLARE DI INSEGNANTI (SU PAS-CONDONO E DIRITTO ALLO STUDIO)
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